Il contrario della solitudine

1397733525000-TheOppositeOfLoneliness-600Vi consiglio di cuore di leggere questo libro così sorprendente. Tempo fa, chissà dove, avevo letto una recensione o un articolo che lo riguardava e mi era restato così impresso che trovarmelo davanti in libreria (dove come al solito ero entrata per tutt’altro motivo) è stata una soddisfazione inattesa, soprattutto per il mio bancomat. Preso al volo, nonostante si tratti di una serie di racconti, genere con cui di solito faccio abbastanza a cazzotti.

Sebbene ancora molto giovane, Marina Keegan era già considerata una promessa della scrittura e del giornalismo americano. Brillante e talentuosa studentessa a Yale, dove si era appena laureata a pieni voti, ha perso la vita a 22 anni in un incidente stradale di ritorno a casa dal college. E’ stato uno strano scherzo del destino. Marina infatti ha vissuto la sua breve vita con tanta passione e curiosità. Soprattutto credeva fermamente nel futuro e nelle opportunità che esso aveva in serbo per lei, per i suoi compagni di studi e per tutta la sua generazione in procinto di lasciare le familiari aule del college per affacciarsi al mondo e ai tanti successi ancora da collezionare. Questo era il suo ideale, la sua filosofia, seguire il cuore e fare sempre quello che ci appassiona di più. Ma l’energia di Marina, la sua intelligenza, il suo modo brillante e arguto di mettere su carta pensieri tanto veri e tanto maturi non resteranno sconosciuti.

Il contrario della solitudine, infatti, è una selezione di racconti e saggi brevi che Marina ha elaborato durante gli anni a Yale e che i professori, i compagni di studio e i fieri genitori hanno deciso di raccogliere in un libro, per mantenere viva la sua memoria. In questi componimenti Marina racconta la sua generazione, l’università, le feste, il ritorno a casa per le vacanze di Natale, i primi grandi amori ma anche la paura di diventare adulti, di dover prendere decisioni importanti. Parla di rimpianti e di opportunità, della vita e anche della morte, come presenza improvvisa. A ogni pagina vi sentirete toccati dalle sue parole e vi chiederete come sia possibile che una ventenne possa essere così saggia e lungimirante. Sono sicura che avrebbe avuto una vita colma di successi.

Vorrei poter scrivere qualcosa di più su questa ragazza, vorrei averla conosciuta, magari tra qualche anno. Vorrei poter dire che questo è il primo libro di una brillante scrittrice emergente, di una giovane giornalista del “New Yorker”, dove avrebbe dovuto cominciare presto un tirocinio. Quello che posso fare invece è far parlare lei e riportarvi qualche riga del discorso che fece a Yale il giorno della sua laurea. E’ permesso commuoversi, almeno io mi sono commossa.

Ma chiariamo una cosa: gli anni migliori della nostra vita non sono dietro di noi. Fanno parte di noi, e sono destinati a ripetersi quando cresceremo, quando ci trasferiremo a New York e ce ne andremo da New York, quando desidereremo vivere o non vivere a New York. A trent’anni vorrò dare delle feste. Vorrò divertirmi quando sarò vecchia. La nozione stessa dei MIGLIORI anni si basa su formule stereotipate del tipo “avrei dovuto….”, “avrei voluto…”, “se solo avessi…..”. Certo, ci sono cose che vorremmo avere fatto: le nostre letture, quel ragazzo in mensa. Siamo i critici più severi di noi stessi e ci vuol poco a deluderci. Basta dormire troppo. Procrastinare. Prendere scorciatoie. Più di una volta ho ripensato a me stessa al liceo e mi sono detta: come facevo? Come riuscivo a impegnarmi tanto? Le nostre insicurezze private ci seguono e ci seguiranno sempre. Il fatto è che siamo tutti così. Nessuno si sveglia quando vorrebbe. Nessuno ha fatto tutte le letture assegnate (tranne, forse, i pazzi che vincono i premi…). Abbiamo questi standard irraggiungibili e probabilmente non saremo mai all’altezza della versione  perfetta di noi stessi che fantastichiamo per il futuro. Ma non ci vedo niente di male. Siamo così giovani. Siamo così giovani. Abbiamo ventidue anni. Abbiamo un sacco di tempo. A volte c’è questa sensazione che si insinua nella nostra coscienza collettiva mentre siamo da soli nel nostro letto dopo una festa, o mentre riponiamo i libri perché abbiamo deciso di lasciar perdere e uscire: che in qualche modo sia troppo tardi. Che in qualche modo gli altri siano più avanti di noi. Più compiuti, più specializzati. Più sulla strada giusta per salvare il mondo, in qualche modo, per creare o inventare o migliorare. Che ormai sia troppo tardi per INIZIARE un inizio e che dobbiamo accontentarci della continuità, del dopo laurea. 

[…]

Ciò che dobbiamo tenere a mente è che possiamo ancora fare qualsiasi cosa. Possiamo cambiare idea. Possiamo ricominciare da capo. Seguire una specialistica o provare a scrivere per la prima volta. L’idea che sia troppo tardi per fare qualcosa è comica. E’ ridicola. Ci stiamo laureando al college. Siamo così giovani. Non possiamo, non DOBBIAMO perdere questo senso di possibilità perché alla fine è tutto quello che abbiamo. 

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3 pensieri su “Il contrario della solitudine

  1. Ciao! Grazie per il tuo commento, e non ti preoccupare della “forma”…qui si parla tra amici! 🙂
    Hai ragione, sapere che questa promettente ragazza è morta prima ancora di poter esprimere tutto il suo talento è molto triste e sconvolgente. A volte il destino è incomprensibile. Trovo però bello che le sue composizioni non siano andate perse e che amici e parenti abbiano avuto il coraggio di raccoglierle per tenere alta la sua memoria. Questo mi rende un pò meno triste. Leggilo, vedrai che ti piacerà! A presto

  2. Ho comprato anch’io il libro più o meno come l’hai comprato tu e ho letto il bellissimo discorso di laurea. Non l’ho ancora cominciato perché in realtà sapere che lei in realtà sia morta mi provoca una grandezza così grande che mi sembra di non riuscire a tenerlo in mano e sfogliarlo per troppo tempo alla volta, però ho intenzione di leggerlo una volta per tutte perché dal discorso che ha fatto sembrava davvero una persona in gamba (il che mi rende ancora più triste in realtà)

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