Regno a venire

regno a venireE’ arrivato il momento di prendere in mano il mouse e ricominciare con nuove recensioni. Di spunti ce ne sono diversi. Intanto oggi vi parlo di un libro molto strano, diverso dagli stili che prediligo e su cui mi oriento in genere. Di nuovo fantascienza.

Regno a venire di J.G. Ballard è un libro che, se volessi usare un termine inglese, definirei sick nel senso di assurdo (anche malato però). Leggerlo mi ha abbastanza angosciata. Ecco perché.

Richard Pearson, pubblicitario di successo, lascia improvvisamente i suoi affari a Londra e si reca a Brooklands, cittadina dell’hinterland londinese non lontana dall’aeroporto di Heathrow sviluppatasi intorno ad un immenso centro commerciale, il Metro Centre, da cui è letteralmente sovrastata (e dominata). Il padre, un pilota di linea ormai in pensione con cui Richard non è più in contatto da anni, è stato ucciso durante una sparatoria all’interno del Metro Centre e l’uomo è chiamato a sbrigare le pratiche relative all’eredità. Lo stallo nelle indagine sull’omicidio di suo padre, però, lo trattiene a Brooklands più del previsto, tempo sufficiente perché Richard realizzi che all’interno di quella comunità apparentemente così unita e felice c’è qualcosa che non funziona, qualcosa di molto sinistro a cui non potrà (e non vorrà) sottrarsi. In un tempo in cui l’uomo non ha più stimoli e nulla in cui credere l’unica ideologia che resta da seguire è quella del consumismo più sfrenato (di cui il Metro Centre è il regno indiscusso). Solo la consapevolezza che tutto è acquistabile dà un senso alla vita degli abitanti di Brooklands, accecati dall’odio per la diversità e promotori di una violenza (generata dalla noia) incontrollata e mascherata da tifo sportivo. Una “pazzia elettiva”. Da questa filosofia malata prende forma una pericolosa forma di fascismo suburbano caratterizzata dalla continua ricerca di un messia che li guidi verso la terra promessa.  Quale sarà il ruolo di Richard in questo scenario? E cosa c’è realmente dietro la morte del padre?

Un libro brillante e acuto che riproduce uno scenario (ovviamente esasperato) da cui secondo me non siamo così lontani. Leggerlo mi ha fatto riflettere così tanto che ci ho messo una vita a finirlo nonostante le sue 300 pagine scarse. E’ talmente sottolineato che sembra uno dei miei libretti dell’università.

“Lei è di Londra, signor Pearson. Londra è un grande mercato delle pulci, lo è sempre stato. Merci a buon mercato e sogni ancora più a buon mercato. Ma qui a Brooklands avevamo una vera comunità, non solo una popolazione di registratori di cassa. E adesso è finita, tutto svanito nel giro di una notte, quando ha aperto la fabbrica di soldi. Siamo stato invasi da intrusi che pensano soltanto a guadagnare. Per loro Brooklands è poco più di un parcheggio. Le nostre scuole sono state colpite da un’epidemia, centinaia di ragazzi saltano le lezioni ogni giorno per andare al Metro-Centre. L’unico ospedale che dovrebbe prendersi cura della gente del luogo è pieno di vittime di incidenti stradali causati da automobilisti di passaggio. Guai ad ammalarsi nei pressi della M25. Un tempo la gente frequentava un sacco di corsi – conversazione di francese, storia locale, bridge. Non ci sono più: la gente preferisce farsi un giro nel centro commerciale. Nessuno va più in chiesa. A che serve? le persone trovano il proprio appagamento spirituale nel centro New Age, il primo negozio a sinistra dopo il fast food. Avevamo decine e decine di club e circoli di musica, di teatro amatoriale, di archeologia. Da tempo non esistono più organizzazioni di beneficenza, partiti politici. Nessuno va alle riunioni. A dicembre il Metro-Centre prende un esercito di Babbi Natale motorizzati che girano per le strade suonando a tutto volume canzoncine natalizie della Disney. Le cassiere sono vestite come Campanellino, tutte scosciate. Un esercito di panzer che mette in scena un grazioso spettacolino….”

 

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