L’albero dei fiori viola

1706578_0Scrivo questa recensione un po’ a malincuore perché L’albero dei fiori viola è un libro da cui onestamente mi aspettavo di più. Ho assistito alla sua presentazione al Salone Internazionale del Libro di Torino 2013 (qui il link al post) dove ricordo rimasi incantata dall’autrice, Sahar Delijani, mentre raccontava la sua vita di figlia di prigionieri della rivoluzione iraniana degli anni ’80. Ne comprai subito una copia ma poi me ne dimenticai.

Recuperato recentemente non nascondo di aver fatto fatica a finirlo nonostante il tema mi sia caro perchè questo è il genere di libri che piaceva tanto a mia madre. Senza naturalmente poter dare un giudizio sui contenuti e sulle storie narrate, quello su cui posso esprimermi è solo lo stile. Come mi è già capitato di scrivere in altri post (evidentemente sono particolarmente sensibile a questo tema), quando si decide di strutturare un libro in capitoli che narrino storie diverse e disconnesse tra loro per poi ricongiungersi alla fine è necessario essere più che mai precisi ed accurati perchè altrimenti il rischio che il lettore perda il filo è alto! Purtroppo a me capita spesso ultimamente e non c’è cosa che odi di più dell’andare avanti nella consapevolezza di essermi persa qualcosa, mi da un senso di incompletezza. Soprattutto per libri che trattano temi così importanti.Ovviamente il mio giudizio è del tutto soggettivo ed esprime una mia personale difficoltà a portare avanti certe letture ma visto che mi succede sempre più spesso di imbattermi in trame un pò “disordinate” ho colto la palla al balzo…Scrittori, rendeteci la vita più facile!

L’albero dei fiori viola è ambientato in Iran negli anni’80 ma anche in una Torino dei giorni nostri. E’ la storia di uomini, donne e bambini che sono stati protagonisti, diretti o indiretti, della Rivoluzione Islamica del 1979. Ma soprattutto è una storia autobiografica, seppur romanzata. Sehar Delijani infatti è nata nel 1983 nella prigione di Evin dove i suoi genitori erano detenuti per la loro attività politica contro il regime islamico. La storia della famiglia di Sehar è la storia di tante famiglie in quel periodo spezzate dal regime di terrore dei Guardiani della rivoluzione islamica e divise, a volte per sempre. In questo romanzo il punto di vista è principalmente quello dei bambini molti dei quali nati in prigione e poi affidati alle cure di amici e parenti fino al ritorno dei genitori, facce estranee arrivate all’improvviso per portarli via dalla sicurezza della loro vita. E proprio quei bambini, cresciuti all’ombra delle piante di Jacaranda in una Teheran annientata e poi emigrati in Europa o negli Stati Uniti, rappresentano tuttora la memoria storica e l’eredità di un Paese tanto tormentato.

Spero la mia recensione non sia risultata troppo “dura” perché in effetti questo libro non si merita una bocciatura. Del resto è un primo romanzo…..in bocca al lupo per i prossimi!

Per anni in Iran quelli come lei e la sua famiglia hanno vissuto una vita a parte, su un pianeta dove tutti sapevano quali terrori poteva suscitare il rumore di un paio di ciabatte di plastica. Neda sente ancora la voce della madre che l’ammonisce il primo giorno di scuola: Non dire mai a nessuno dove sono stati i tuoi genitori! C’era un abisso tra quello di cui si poteva parlare in casa e quello che si poteva dire fuori, oltre la porta chiusa. C’erano due mondi paralleli, uno in cui nulla veniva nascosto, né i ricordi né il disprezzo della famiglia per il regime; e un altro in cui tutto era proibito, un mondo in cui si parlava a bassa voce e i figli, come i genitori, erano sempre vigili, attenti a riconoscere qualsiasi dettaglio potesse mettere in pericolo la famiglia. Un mondo in cui i figli portavano addosso i segreti dei genitori, pesanti come un sacco di pietre che non si poteva posare per terra. Così Neda vedeva se stessa e la sua famiglia: una famiglia fondata sui segreti, sulla resistenza, sulla sconfitta. 

 

 

 

 

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