Due in uno

NZO-2Due in uno di Sayed Kashua è un altro dei libri ambientati in Israele che sto leggendo in questo periodo (vedi A un cerbiatto somiglia il mio amore  e ogni mattina a Jenin). Questo però non tratta direttamente del conflitto israelo-palestinese come i due ultimi recensiti ma tocca un argomento naturalmente connesso, quello della convivenza tra arabi e israeliani tra le mura di Gerusalemme.

Sayed Kashua ci racconta due storie che alla fine si incrociano in maniera abbastanza irrilevante ma che hanno in comune qualcosa di molto profondo. L’avvocato (di cui non sappiamo il nome) è un arabo israeliano residente nel ricco quartiere di Beit Safafa. E’ un uomo realizzato, il figlio che ogni madre araba vorrebbe avere. Giovane procuratore di successo, ha una mercedes e una villetta di proprietà in cui vive felicemente con la moglie e i suoi due figli. Perfettamente integrato nella realtà israeliana, ha quasi del tutto disconosciuto le sue origini e considera il mondo arabo barbaro e arretrato. Un giorno, di passaggio in un negozio di libri usati, decide di acquistare Sonata a Kreutzer di Tolstoj. Ha già sentito nominare quel libro da sua moglie e crede sia arrivato il momento di migliorare le sue conoscenze in fatto di letteratura. La scoperta che fa a pagina 102 però è destinata a cambiargli la vita. Un biglietto scritto in arabo, dimenticato dal precedente proprietario, che recita “Ti ho aspettato e non sei venuto. Spero che vada tutto bene. Volevo ringraziarti per la notte scorsa, è stata meravigliosa. Mi chiami domani?”. La calligrafia è inequivocabilmente quella di sua moglie. Pazzo di gelosia e accecato dalla rabbia si mette sulle tracce di questo presunto amante, spinto non tanto dall’amore che lo lega alla donna quanto dal terrore che l’onore suo e della sua famiglia venga irrimediabilmente macchiato. L’avvocato si trasforma improvvisamente in tutto quello che non voleva essere, in tutto quello da cui aveva sempre preso le distanze: un umo straziato dalla gelosia e dalla possessività pronto ad uccidere per difendere il proprio onore. A pochi chilometri di distanza vive Amir, assistente sociale che per arrotondare accetta un impiego come badante di un ragazzo israeliano in stato vegetativo in seguito ad un tentativo di suicidio. Ora dopo ora, giorno dopo giorno Amir finisce con l’impossessarsi dell’identità di Yonatan rinnegando, allo steso modo dell’avvocato, le sue origine arabe. Essere ebrei a Gerusalemme, infatti, è molto più facile e il senso di umiliazione del doversi identificare ad ogni passo, nella propria città, diventa più forte dell’attaccamento alla propia terra. Alla fine i due uomini si incontrano e il mistero del biglietto viene svelato, ma poco importa. Quello che davvero importa è cosa li accomuna oltre quel pezzo di carta scritto fugacemente una sera di otto anni prima.

Due in uno (dal titolo molto calzante) è un libro mascherato da thriller, così si presenta, che in verità del thriller ha molto poco perchè come vedrete la storia dell’amante da rintracciare è solo marginale. Parla invece di identità, della condizione di essere arabi a Gerusalemme. Identità perse, ritrovate, rinnegate in una città dove può essere difficile essere se stessi.

L’avvocato non sapeva spiegare come mai le sue idee e convinzioni, che gli erano sempre parse perfettamente naturali, fossero cambiate così repentinamente. Aveva dovuto esperire le cose sulla propria pelle per capire che era un conservatore? Si, era un conservatore, e d’ora in poi non se ne sarebbe più vergognato. Che idiota che era stato a esprimersi a ogni piè sospinto sul fatto che la situazione della donna era la ragione principale dell’arretratezza nella società araba. Che scemo che era stato a citare scrittori e leader israeliani al proposito. Cretino, a giustificare le loro argomentazioni: non la situazione economica, non l’occupazione, non il sistema educativo marcio, solo la condizione femminile era il vero guaio del mondo arabo. Mentre adesso capiva che quelli lì, scrittori e leader, miravano alla distruzione di quella stessa società. Che scemo che era stato, se ne rendeva conto ora che per la prima volta in vita sua capiva cos’è l’onore . Lui, che si era opposto al fenomeno e l’aveva considerato barbaro, solo adesso capiva quanto si era sbagliato. Si augurava che qualcuno della famiglia di lei la uccidesse. Ma chi, poi? Chi tra i fratelli sposati si sarebbe preso il rischio dell’arresto e della miseria per sé e per i propri figli? Si augurò che morisse da sé. Ma allora che ne sarà dei bambini? pensò, e gli si spezzò il cuore immaginando il dolore che avrebbe causato loro la morte della mamma.

 

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