A un cerbiatto somiglia il mio amore e Ogni mattina a Jenin

israele_palestina_amiciziaPer farmi perdonare della mia lunga assenza, forse la più lunga finora e dovuta a una specie di blocco dello scrittore (il blocco del lettore però non mi viene mai), torno alla ribalta con una doppia recensione. Fate bene attenzione a questo post perché è molto importante. C’è da fare una premessa. Da anni ormai desideravo con tutto il cuore andare in viaggio in Israele, visitare Gerusalemme, Betlemme, i territori occupati. Respirare, toccare, osservare questa terra contesa. Finalmente era la volta. Itinerario accuratamente definito (dopo quattro tentativi di far entrare tutto in dieci giorni), voli prenotati. Poi, però, i presupposti per partire sono purtroppo venuti meno e per il momento è saltato tutto (purtroppo non per me ovviamente ma per chi in queste ore sta vivendo una guerra). Quello che resta di questo viaggio sono una pila di libri di autori israeliani e palestinesi che avevo scelto, con l’aiuto sempre prezioso di mio padre, per approfondire e prepararmi. Per capire quello che avrei visto di lì a poche settimane.

I libri di cui vi parlo oggi, nell’ordine in cui li ho letti, sono A un cerbiatto somiglia il mio amore del mio caro David Grossman e Ogni mattina a Jenin di Susan Abulhawa. Entrambi molto molto validi anche se ho preferito il secondo, bello e commovente. L’idea di recensirli insieme mi è venuta quando ho realizzato come due storie così diverse, alla fine, mi sono apparse tanto simili. Ho pensato “Cavolo, queste due donne sono uguali”. Si perché sia l’uno che l’altro hanno come protagonista una donna, israeliana nel primo caso e palestinese nel secondo, la cui vita di moglie, madre e sorella è stata accompagnata, passo dopo passo, giorno dopo giorno, dalla guerra. Una guerra lunga, estenuante, combattuta su due fronti opposti, con armi diverse ma sempre una guerra che ha messo in pericolo i loro amori più cari.

NZOA un cerbiatto somiglia il mio amore parla di Orah che accompagna il figlio ventenne Ofer, soldato di leva prossimo al congedo, al punto di ritrovo della sua unità da dove partirà per una missione. Nel momento in cui lo lascia andare decide che non tornerà a casa ad aspettare la notizia della sua morte sul campo. Ha stampata in mente l’immagine di due ufficiali vestiti di tutto punto che suonano alla sua porta e questo gli basta per capire che dovrà fuggire con tutta se stessa da quella notizia. Se non saprà vorrà dire che non sarà successo. Parte così per un viaggio in Galilea senza né meta né scadenza in cui coinvolge l’amico d’infanzia Avram. L’unico scopo di questo viaggio della disperazione è quello di parlare di Ofer perché Orah, con il suo istinto materno, è convinta che solo parlando di lui lo terrà in vita. Con questo presupposto Orah e Avram ripercorrono le loro vite, segnate dalla guerra, continua e costante, presente in ogni momento importante, da bambini, da adolescenti e adesso da genitori. Ricordano gli anni del servizio militare che non ha risparmiato loro e che non risparmia i loro figli. Rievocano episodi gioiosi ed episodi infelici fino a rivelare segreti tenuti in un cassetto per oltre trent’anni. Alla fine Grossman non ci dice se Ofer torna a casa sano e salvo, ma io credo di no. A un cerbiatto somiglia il mio amore infatti è dedicato ad Uri, il figlio dello scrittore, rimasto ucciso nel 2006 durante la seconda guerra del Libano.

Ogni mattina a Jenin, invece, è la storia di Amal nata nel campo profughi di Jenin dopo che nel 1948 la sua famiglia è coverimprovvisamente costretta a lasciare il villaggio d’origine ‘Ain Hod occupato dai soldati israeliani. Amal, che non ha conosciuto altro che occupazione, vive tutto considerato un’infanzia felice e spensierata nella povertà di Jenin circondata dall’amore dei genitori Hassan e Dalia, del fratello Yussef, dell’inseparabile amica Huda e dai racconti sull’eroico nonno Yehya e su Isma’il quel fratellino scomparso anni prima che lei non ha mai conosciuto. Poi arriva il 1967, la guerra dei sei giorni, e tutto cambia. Dopo giorni di interminabili bombardamenti Amal si trova sola. L’amato padre scomparso, la madre vittima di una violenta forma di depressione dovuta al troppo dolore e Yussef partito per arruolarsi tra le fila dell’OLP di Yasser Arafat. Quando Dalia muore Amal viene mandata a studiare a Gerusalemme e poi negli Stati Uniti dove intraprende una brillante carriera universitaria a Philadelphia. Il ricordo della sua terra e dei suoi affetti però non l’ha mai abbandonata e quando riesce finalmente a mettersi in contatto con il fratello Yussef trasferitosi nel frattempo in Libano e padre di una bambina non esiterà a raggiungerlo. Lì trova l’amore della sua vita, il futuro marito Majid, e vive la gioia della gravidanza ma il riaccendersi delle tensioni la costringerà a tornare di gran fretta negli Stati Uniti dove darà alla luce Sarah. Amal è di nuovo sola, la guerra le ha portato via ancora tutti i suoi cari e quella bambina che non conoscerà mai la sua famiglia è l’unica cosa che le rimane, l’unico legame con il marito ucciso e la sua terra martoriata da anni di combattimenti. Solo vent’anni dopo quando Sarah, adolescente, esprime il desiderio di visitare il suo paese d’origine Amal riuscirà a tornare a Jenin accompagnata da Isma’il (o David?), fratello scomparso e poi riapparso magicamente nella sua vita. E sarà il suo ultimo viaggio. Triste saga famigliare su cosa vuol dire vivere sempre sotto assedio e senza certezze.

Due stili molto diversi, due prospettive opposte dello stesso drammatico conflitto, due donne ugualmente vittime. Capire il conflitto israelo-palestinese non è facile così come non è facile scriverne però quello che si può e si deve fare è leggere ed informarsi. Le fonti ci sono. Buona lettura!

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