Gerusalemme senza Dio

gerusalemmeGerusalemme senza Dio di Paola Caridi è un libro molto difficile da recensire perché è molto difficile la tematica che affronta, almeno per me lo è sempre stata: il conflitto israelo-palestinese, visto da una prospettiva ben precisa, quella di Gerusalemme, una città crudele.

Questo libro è in realtà un’analisi urbanistica della città. Storie di quartieri, di strade, di persone, di cambiamenti. Di muri e posti di blocco. Di chiusura. Storie di una difficile ed imposta convivenza, di millenni di guerre e scontri religiosi che hanno reso Gerusalemme una città dilaniata, dura.  A raccontarci questi fatti, ma soprattutto queste sensazioni, queste emozioni che si respirano passeggiando nella “Città tre volta Santa” è Paola Caridi, giornalista, vissuta a Gerusalemme dieci anni e adesso rientrata in Italia. “Ci ho pensato e ripensato,  cosa avrei mai rimpianto di Gerusalemme, il giorno in cui l’avessi abbandonata”, così comincia questo viaggio affascinante ma anche amaro tra memorie antiche e recenti. Una lettura bella e anche molto utile. Per me è stata illuminante. Come di consueto vi lascio un brano del libro.

Quell’est e quell’ovest, quel sud e quel nord non seguono però, come invece in genere capita, il percorso dei riti, dei mores, delle vite che si dipanano secondo i lenti ritmi di una famiglia o di una società. Nascita, crescita, lavoro, matrimonio, figli, vecchiaia, morte. E poi, ancora, traslochi, viaggi, visite di cortesia, gite fuori porta, persino funerali. Non seguono il pendolarismo classico, i treni, le autostrade, la casa e l’ufficio, la scuola, la piscina. Punti fermi nella scansione quotidiana della vita. I punti cardinali di Gerusalemme – unici, nel loro genere- seguono invece le righe spezzate della Storia, le prevaricazioni di cancellerie che siedono attorno a tavoli eleganti in sale riunioni volutamente asettiche. Seguono, soprattutto, le linee grasse delle matite usate di volta in volta da diplomatici, militari, politici, condottieri, le cui punte affondano sulle mappe geografiche, come fossero coltelli nella carne.Detto in modo più prosaico, a Gerusalemme qualsiasi gesto è piegato alle linee tracciate da quelle matite della diplomazia, e poi – con gli anni- alle escavatrici che hanno segnato la terra dentro e fuori i confini della città. 

 

 

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