Gli sdraiati

gli sdraiatiSe siete soliti leggere la rubrica de L’Espresso “Satira preventiva” non potete perdere Gli sdraiati. Si perchè lo stile è quello.

Michele Serra racconta in maniera deliziosa (e comicamente realistica) una generazione, la generazione degli “sdraiatai”, quella degli adolescenti di oggi di cui fa parte anche suo figlio. Una generazione apparentemente lontana anni luce da quella a cui appartiene lui ma non per questo così impenetrabile, necessariamente incomprensibile. Gli sdraiati è un tentativo da parte dell’autore, ovviamente coinvolto come padre, di imparare, di capire, di conoscere. Ma anche un’esame di coscienza, un’autocritica. Tutto questo attraverso uno stile ironico e canzonatorio che non manca però di toccare questioni più profonde come quella della conflittualità padre-figlio o dei sensi di colpa di un genitore che impara solo strada facendo l’arte di gestire un figlio adolescente. Quello che alla fine emerge da quest’analisi è la profonda fiducia, nonostante tutto, nei giovani di oggi, negli uomini del futuro che inevitabilmente, e com’è giusto che sia, prenderanno il posto dei nostri vecchi. E saranno all’altezza della situazione. Gli sdraiati (che tra l’altro si riferisce all’assetto orizzontale di questi ragazzi perennemente assopiti sul divano con il cellulare in una mano, il computer nell’altra e l’ipod nelle orecchie) non racconta il rapporto tra un padre e un figlio diciottenne ma il rapporto tra due generazioni, due stili, due visioni della vita. Quasi, con un pò di malinconia, tra il presente e il passato. Libro molto carino, vi toccherà da vicino sia che siate genitori sia che siate figli (tutti lo siamo e tutti siamo stati adolescenti un tempo)! A me lo ha regalato mio padre!

Guardo i miei vasi di portulache, affacciati sul mare e schiaffeggiati dal vento e dalle gocce ormai fitte. Il più futile dei pensieri – chi curerà questa terrazza quando non ci sarò più? – è anche il più lacerante. Mia nonna, poi mio padre curarono questi vasi. La cura del mondo è un’abitudine che si eredita. A dieci anni riempivo l’annaffiatoio per mio padre, e la facilità con la quale lui maneggiava con una sola mano quei dici litri d’acqua che io gli porgevo con fatica e impaccio mi pareva il traguardo della mia infanzia. Ora che maneggio con la stessa destrezza quei dici litri, e sono dunque adulto, mi rendo conto che nessuno mi porge l’annaffiatoio. Una catena è spezzata – ne sono l’ultimo anello. Non c’è dubbio. Sono l’ultimo anello.

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