Quando l’imperatore era un dio

quando-limeratore-era-un-dio-coverIl libro di cui ho deciso di parlarvi oggi è un romanzo storico che vale davvero la pena di leggere per stile e contenuti.

Quando l’imperatore era un dio di Julie Otsuka racconta una pagina poco nota della storia americana: la deportazione, a pochi mesi dall’attacco di Pearl Harbor e dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, dei cittadini americani di origine giapponese nei campi di lavoro nel deserto dello Utah. Quando per le vie della tranquilla cittadina californiana di Berkeley compare un avviso che invita tutti i cittadini giapponesi a radunarsi in punti di ritrovo prestabiliti, una madre e i suoi due bambini (di cui non sapremo mai il nome per scelta stilistica dell’autrice) si vedono costretti a lasciare la loro bella casa dipinta di bianco e a mettersi in viaggio verso l’ignoto. Un viaggio lungo e faticoso che li porterà nel deserto dello Utah dove il tempo non passa mai e la sabbia ferisce i polpacci. Tre lunghi anni di inspiegato isolamento che segneranno in maniera indelebile la vita della famiglia. Neanche il tanto atteso ritorno a casa, alla “normalità” improvvisamente venuta meno un giorno di primavera di tre anni prima, e l’incontro con l’amato padre arrestato all’indomani dei fatti di Pearl Harbor, rappresenterà un sollievo. Nulla è più come prima. La loro casa è stata violata, i loro ricordi trafugati, le loro identità celate. Gli amici di un tempo abbassano lo sguardo al loro passaggio, i vicini spiano da dietro le tende di casa. Un’umiliazione affrontata con coraggio e tenacia per combattere  la diffidenza dell’America degli anni ’40.

Julia Otsuka sceglie uno stile sobrio e discreto (molto giapponese) per raccontare questo pezzo di storia poco conosciuto ma non per questo meno drammatico. Ogni capitolo viene narrato da un componente della famiglia diverso di cui  si conosce, in questo modo, il punto di vista. Le preoccupazioni di una madre, l’inconsapevolezza di un bambino, il senso di protezione della sorella maggiore. Meraviglioso a mio avviso il capitolo finale in cui si esprime il padre e di cui riporterò di seguito alcune righe.

Che altro dire, continuo ad essere una super fan della letteratura giapponese di cui adoro, adesso più che mai, i tratti dolci e rilassanti! Buona lettura!

Sono il cecchino dagli occhi a mandorla appostato tra gli alberi. 

Sono il sabotatore fra i cespugli.

Sono lo sconosciuto davanti al cancello.

Sono il traditore nel vostro giardino.

Sono il vostro domestico.

Sono il vostro cuoco.

Sono il vostro giardiniere. 

E ho vissuto qui, in silenzio, accanto a voi, per anni, aspettando che Tojo mi lanciasse il segnale concordato. E allora arrestatemi pure. Prendete i miei figli. Prendete mia moglie. Congelate i miei beni. Sequestrate il mio raccolto. Perquisite il mio ufficio. Saccheggiate la mia casa. Cancellate la mia assicurazione. Mettete all’asta la mia impresa. Intestate a un altro il mio contratto d’affitto. Assegnatemi un numero. Informatemi del mio reato. Troppo basso, troppo scuro, troppo brutto, troppo orgoglioso. Mettetelo per iscritto- è nervoso durante la conversazione, ride sempre nel momento sbagliato, non ride mai- e io firmerò sulla linea tratteggiata. E’ furbo e infido, è spietato, è crudele. E se un giorno vi chiederanno se c’era qualcosa che volevo veramente dire, per favore, sappiate che era questo: Mi dispiace. Ecco. Ho finito. L’ho detto. Ora posso andare?

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