Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Sono tanti i libri da cui potrei cominciare quest’avventura ma per una questione di linearità ho deciso che andrò in ordine cronologico partendo dall’ultimo che ho letto: Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. In realtà si tratta di un libro a cui sono arrivata in modo del tutto casuale e che invece, come molto spesso accade, mi ha colpito profondamente. Ero in partenza per Berlino e cercavo un libro che ne descrivesse la storia, soprattutto quella più recente relativa al periodo del Muro e della Guerra Fredda. Piuttosto che fare riferimento alla solita guida mi piaceva l’idea di scoprire questa città tra le pagine di un libro. Tuttavia le mia ricerca non sembrava portare i risultati sperati, quei pochi titoli che mi avevano suggerito non mi convincevano oppure erano difficili da reperire. Insomma la partenza si avvicinava e ancora brancolavo nel buio quando una simpatica commessa mi ha fatto la proposta più semplice e scontata che che avrei potuto ricevere: “Ci sarebbe anche i ragazzi dello zoo di Berlino…..ne hai mai sentito parlare?”. Si, ne avevo sentito parlare tanto, ma stranamente non lo avevo mai letto e non ne conoscevo neanche la trama. Probabilmente perché ebbe il suo momento di maggiore visibilità quando ero ancora in fasce. Così, un pò per curiosità, un pò per sfinimento l’ho comprato nonostante la stessa simpatica commesso me lo avesse descritto come  “mooooolto pesante”! Ne sono rimasta affascinata fin dalle prime pagine e, anche se di Berlino si parla molto poco, ho subito avuto la sensazione di aver fatto la scelta giusta.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è una storia sulla tossicodipendenza nella Berlino ovest fine degli anni ’70, ma non solo. E’ la storia di Christiane F., una bambina come tante cresciuta nel quartiere popolare di Gropiusstadt da una famiglia difficile e violenta, troppo presa dai propri fallimenti per prestare attenzione al resto. Christiane non ci mette molto a capire di essere sola, di dover cercare se stessa al di fuori di quei casermoni dove i bambini non sono considerati altro che fantasmi fastidiosi e rumorosi. Così, alla continua ricerca di un “gruppo” con cui identificarsi e in cui sentirsi accettata come non lo era mai stata tra le mura domestiche, entra presto a far parte del giro dell’hashish. Come lei stessa racconta, ai quei tempi non aveva reale bisogno della droga, quello di cui aveva invece disperato bisogno era l’approvazione del suo gruppo. Da questo momento l’escalation è breve, prima gli acidi, poi l’incontro con il suo grande amore Detlef, bucomane, che la catapulta nel mondo dell’eroina e verso la sua graduale distruzione. In poco tempo, pur non volendo ammetterlo, Christiane diventa dipendente dall’ero. La sua vita cambia, rinunciare alla dose quotidiana diventa sempre più difficile, l’unica condizione in cui si sente felice e al riparo dalla vita disperata dei tempi precedenti all’eroina è quella da “sballata”. Abbandona la scuola e quegli stralci di quotidianità che le sono rimasti, comincia a prostituirsi, l’ultimo modo per procurarsi i soldi necessari per un quartino.  Quello che colpisce di questo libro è la consapevolezza di Christiane ( è lei stessa a raccontare la sua storia ai giornalisti Kai Hermann e Horst Rieck che solo in seguito trasformarono questa intervista in un libro). Mai, in nessun momento nei quattro anni in cui si sviluppa il libro, Christiane sottovaluta la gravità della sua situazione. Vede morire i suoi amici, vede il suo corpo cambiare, percepisce la disperazione dei suoi genitori. Vive nel terrore che il prossimo buco sia quello “finale”, chiede aiuto. In quattro anni tenta di disintossicarsi sei volte, con l’aiuto della madre, che inspiegabilmente si accorge troppo tardi di quello che sta accadendo, del padre e dell’amata nonna con cui ha condiviso gli unici momenti sereni della sua infanzia. Entra in terapia due volte per poi scappare e tornare a vivere in strada o da qualche cliente di buon cuore. Tenta di uccidersi con una super dose  ma sopravvive. Alla fine è la madre a salvarla allontanandola da Berlino e dal giro dell’eroina. E sembra funzionare. La storia si conclude così: “Da quasi un anno non ho più bucato. Ma so naturalmente che ci vogliono un paio d’anni per poter dire che uno è proprio pulito. Al momento non ci sono grossi problemi”.

La storia di Christiane è una storia sulla tossicodipendenza è vero, ma è anche una storia sull’indifferenza. L’indifferenza che a volte viene sottovalutata ma che può avere degli effetti catastrofici. L’indifferenza degli adulti nei confronti di una bambina che cercava di esprimere se stessa ma che è stata costretta a farlo nel modo sagliato. L’indifferenza delle istituzioni di fronte al dilagare delle droghe pesanti nella Berlino degli anni ’70. Una testimonianza forte ma illuminante!

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3 pensieri su “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

  1. Rimembro ancor quel libro e rimembro anche l’amore esclusivo che Christiane vorrebbe riservare al suo Detlef non cedendo il corpo per soldi. Amore struggente. Allora è il momento di vederti anche il film con un mai così calzante David Bowie. Brava Clod, alla prossima

  2. questo è stato uno dei primi libri che ho letto..mi è piaciuto e mi ha colpito, come hanno fatto altri libri simili che ho comprato..a volte quando leggo queste storie mi reputo una ragazza fortunatissima e il brutto è che non sempre ci si accorge delle fortune che si hanno..ci vogliono storie toccanti per ricordarcelo

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